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Kawasaki Z1 900

kawasaki z1 900 1972

Era chiamato in codice “bistecca di New York” il segretissimo progetto con il quale i tecnici della Kawasaki avevano identificato, alla fine degli anni Sessanta, la nuova moto sportiva di 750 cc che doveva invadere il mercato americano. 

Questo modello nasceva per dare una bella spallata alle maxi inglesi ancora sulla cresta dell’onda perché le surclassava nelle prestazioni oltre a riprendere tutte le raffinate soluzioni tecniche presenti sulle 500 da competizione come il motore 4 cilindri fronte marcia, la distribuzione bialbero comandata da catena, ma pure doveva essere dotato di pratici accessori come l’avviamento elettrico ed avere un freno a disco anteriore al posto dell’obsoleto tamburo.

Per realizzare questo ambizioso progetto alla Kawasaki non avevano trascurato nessun particolare: all’interno della mega azienda che già costruiva aerei e navi, era stato creato un gruppo di ricerca capitanato dall’ingegner Gyoichi Inamura e da ex tecnici della Meguro, una delle più vecchie fabbriche di motociclette giapponesi che era stata rilevata dalla Kawasaki dal 1960, il tutto affiancato da altri ingegneri che arrivavano dalla divisione aeronautica.

Kawasaki Z1 900

Nell’autunno del 1968 il progetto della 750 era in avanzata fase di sviluppo: i motori giravano al banco prova e si stava costruendo un prototipo per i collaudi su strada.

Era una lotta contro il tempo perché si sapeva che la Honda stava lavorando a un’analoga super moto di 750 cc. Ma la Casa di Hamamatsu al Salone di Tokyo del 1968 arrivò con la rivoluzionaria CB750 che aveva, e anticipava, tutti i connotati tecnici del prototipo Kawasaki; la sola differenza era la distribuzione monoalbero invece che a doppio asse a camme in testa.

La quattro cilindri Honda venne accolta trionfalmente in tutto il mondo e divenne una vera icona, oltre che fonte di tanta ispirazione della concorrenza.

Ai vertici di Kawasaki la delusione fu cocente e decisero di puntare tutto non più sulla 750 4T ma sulle 2T tre cilindri, le Mach III 500 e le Mach IV 750.

Ma il progetto della 4T quattro cilindri non fu abbandonato: Inamura decise di costruire una moto ancora più potente e veloce della rivale Honda

Così la cilindrata crebbe a 900 cc e nell’aprile del 1970 iniziarono i primi collaudi della nuova versione che si dimostrò subito velocissima: al banco aveva 95 CV e durante un test vennero rilevati 228 km/h.

Però la performante Kawa peccava di affidabilità: il motore era molto fragile perché aveva un impianto di lubrificazione inadeguato tanto che nel corso di una prova in pista il dispositivo che separava il lubrificante dall’aria contenuta nei carter smise di funzionare e il collaudatore venne investito da una nebbia di olio bollente.

Il solo metodo per ritrovare un motore più affidabile era quello di ridurne le prestazioni massime; ovviamente, venne pure ridisegnato il basamento e l’impianto di lubrificazione. Furono maggiorati anche i cuscinetti di banco e aumentato lo spessore del mantello dei pistoni.
kawasaki z1

La Z1 era imponente e incuteva una certa soggezione specie ai più piccoli.

Le quote non differivano sostanzialmente, ma la Z1 aveva i quattro scarichi cromati più opulenti e vistosi, un manubrio di serie più largo e imponente e il gruppo termico la cui finitura nera con le alette lucidate pareva pensata per enfatizzarne i volumi. Ma non era solo una questione estetica.

Nella Z1 c’era tanta sostanza. La robustezza meccanica, un requisito fondamentale del progetto, era tale anche a dispetto dei più feroci maltrattamenti.

kawasaki z1

La Z1 fu prodotta in quattro versioni, dal 1972 al 1976.

Nel 1977 la Kawasaki porterà la cilindrata a 1000, donando una seconda giovinezza a una tra le più importanti moto nell’intera storia del motociclismo.
La prima serie, siglata Z1, si distingue per il motore nero e i due abbinamenti di colore arancione su fondo marrone metallizzato oppure giallo su verde metallizzato. 

Già dalla seconda serie, datata 1974 e siglata Z1/A, il motore perde la colorazione nera e cambiano le grafiche sul serbatoio, che mantiene i colori base marrone e verde , abbinate a strisce rispettivamente arancio oppure gialle.

La terza serie, la Z1/B, monta finalmente due dischi.
E’ marrone o blu scuro con doppia fascia, quella bassa oro e bianca e quella sui lati superiori nera rastremata con filetto bianco. 

La quarta e ultima serie, la Z1/A4 del 1976, monta carburatori da 26 anziché 28 mm.

Su questa, per adattarli alla nuova scatola filtro, cambia la forma dei fianchetti sui quali la scritta originale ‘900 Double Overhead Camshaft’ è sostituita dalla più semplice Z900.

Il colore può essere verde scuro con filettatura verde e oro oppure marrone con filettatura rossa e oro. 

Molte delle Z900 furono trasformate all’epoca con semimanubri, sella col terminale rialzato e scarico quattro-in-uno: in questo assetto queste moto sono da considerare dei veri classici, testimoni di un’epoca irripetibile. 

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